lunedì 9 maggio 2011

Lentini e i suoi santi patroni

La devozione ai Santi Martiri Alfio, Filadelfo e Cirino è viva in parecchi paesi siciliani: Mirto, Forza d'Agrò, San Fratello, Adrano, Sant'Alfio, Catania, Trecastagni, Lentini.
Da piccola, mio papà, mi portava sempre a Trecastagni, era un grande devoto dei martiri.
Ho sposato un lentinese... Ho scoperto una festa completamente diversa....
I tre santi fratelli hanno subito l'atroce martirio a Lentini.
La devozione dei lentinesi verso i santi martiri è molto radicata.
Se metto a confronto le due feste, la lentinese e quella di Trecastagni ..... che devo dire?! ....
Forse Trecastagni si fa "padrona" di una festa......

TRE FRATELLI GIOVINETTI, ALFIO, FILADELFO E CIRO
PER LA FEDE NEI LOR PETTI
IL MARTIRIO QUI SUBIRON
TUTTI NOI CONCITTADINI
VI INVOCHIAMO CON AMOR
OH FRATELLI SU LENTINI
VOSTRE GRAZIE SPARGI OGNOR




LENTINI , patria di Gorgia, e, di tanti martiri cristiani... vi offre la festa del santo Patrono



il sepolcro - interno chiesa madre - Lentini


i santi martiri

chiesa Santa Maria la cava e sant'Alfio - ex Cattedrale - Lentini

la gortta di re Tertullo

in questa grotta, i tre santi fratelli, trascorsero il periodo che precedeva il loro martirio

Nel 250, l'imperatore Decio emanò un editto secondo cui ogni persona doveva effettuare un sacrificio alle divinità della Religione romana; il rifiuto avrebbe significato il rifiuto di sottomettersi all'impero e la pena sarebbe stata la condanna a morte.
Sant'Alfio, Filadelfo e Cirino venerati a Vaste (Lecce) il loro paese natale

È in questo contesto storico che, secondo la tradizione, verso la fine del 251, mentre era a capo dell'impero Treboniano Gallo, succeduto a Decio, che un plotone di soldati romani si presentò a Vaste, nella casa patrizia di Vitale e Benedetta da Locuste. Avevano l'ordine di tradurre in catene i loro tre giovani figli, rei di avere elusa la legge con la continua testimonianza di quella fede che avevano assimilato in famiglia.

Vennero prima interrogati da Nigellione, delegato dell'imperatore per l'Italia meridionale, il quale, impotente a fiaccarne le convinzioni, li fece trasferire a Roma, convinto che, lontani dall'influenza del loro precettore Onesimo, sarebbero stati più cedevoli ai voleri delle autorità imperiali. Qui giunti e rinchiusi nel carcere mamertino ai piedi del Campidoglio, subirono un altro processo ad opera del prefetto Licinio, conclusosi con un nulla di fatto. Ma, se da un canto non si voleva infierire sui tre giovani fratelli, espressione di una delle più ragguardevoli famiglie dell'Impero, dall'altro si pretendeva la loro sottomissione. Ecco perché vennero trasferiti a Pozzuoli (ove neanche Diomede riuscì a piegarli) e, successivamente, in Sicilia, ove dettava legge Tertullo, giovane patrizio romano e preside dell'isola, che aveva acquistato fama di funzionario integerrimo ed autoritario.

Sbarcati a Messina il 25 agosto del 252, Alfio, Cirino e Filadelfo subirono un primo processo a Taormina. Passarono poi dall'attuale Trecastagni, alle falde dell'Etna, dove durante una sosta, una donna pietosa donò ai tre fratelli altrettante castagne, che loro piantarono nel terreno. È, d'altra parte, possibile che il racconto delle castagne origini dalla cattiva interpretazione dell'espressione "tre casti agni", cioè agnelli, nome con cui sarebbero stati indicati originariamente i tre.

Alfio, Cirino e Filadelfo vennero infine condotti a Lentini, sede di una delle dimore preferite da Tertullo, che per spezzarne la resistenza li volle a sé vicini il 3 settembre 252, giorno del loro arrivo, affidandoli al suo vicario Alessandro, con il compito di sostituirlo nell'opera di persuasione durante i giorni in cui sarebbe stato fuori città.

Viveva allora a Lentini Tecla, di nobile famiglia e ricca proprietaria, cugina di Alessandro e da oltre sei anni colpita da paralisi alle gambe. Appunto per questo, saputo dei prodigi che in nome di Cristo i tre fratelli avrebbero compiuto durante il tragitto da Roma a Lentini, chiese al cugino di poterli incontrare, per un ultimo tentativo di ottenere, per loro tramite, la guarigione. Dato l'immenso affetto che Alessandro nutriva per Tecla, la richiesta venne esaudita, con suo grande rischio, in uno dei giorni di assenza di Tertullo. I tre fratelli rimasero commossi alla vista di quella bella giovane immobilizzata sul letto e le promisero che avrebbero pregato per lei. Durante la stessa notte a Tecla sarebbe comparso in sogno l'apostolo Andrea, il quale, segnatala con un segno di croce, le assicurò che sarebbe guarita grazie all'intercessione di quei giovani incarcerati da Tertullo. La leggenda racconta che ella si svegliò guarita e, ancora con la complicità dello sbigottito Alessandro, si volle recare subito al carcere per ringraziare i tre giovinetti che, da allora, continuò a visitare ogni giorno di nascosto, assistendoli, confortandoli e portando loro da mangiare. La sua opera di assistenza durò poco, giacché Tertullo, arresosi di fronte allo loro inflessibile costanza nella fede in Cristo, emanò la sua inappellabile sentenza, seguita dall'immediata esecuzione: dopo averli fatto girare ammanettati e frustati per le vie di Lentini, esposti allo scherno della plebe inferocita ed urlante, ad Alfio venne strappata la lingua (per questo motivo è considerato il patrono dei muti), Filadelfo fu bruciato su una graticola, Cirino fu immerso in una caldaia di olio bollente. Era il 10 maggio del 253 ed Alfio aveva 22 anni e 7 mesi, Filadelfo 21 anni, Cirino 19 anni e 8 mesi. Su ordine di Tertullo, i loro corpi martirizzati furono legati con funi e trascinati in una foresta, chiamata "strobilio" per la gran quantità di pini esistenti. Le spoglie vennero buttate in un pozzo secco, vicino alla casa di Tecla, ormai convertita alla religione di Cristo, la quale, nella notte tra il 10 e l'11 maggio, accompagnata dalla cugina Giustina e da undici servi (di cui cinque donne), anch'essi cristiani, estrasse i corpi e, trasportatili in una campagna vicina, diede loro degna sepoltura, sfruttando una piccola grotta, quella oggi contenuta nella chiesa di Sant'Alfio e sulla quale successivamente, nel 261, placatesi le persecuzioni, venne eretto un tempio ed essi dedicato.

La breve vita terrena dei tre santi si concluse, dunque, in modo tragico. Essi vennero però a costituire il seme della chiesa lentinese, che ebbe il privilegio di essere elevata a sede vescovile, privilegio che tenne sino al 790. Il primo vescovo di Lentini fu Neofito, nuovo nome di quell'Alessandro, vicario di Tertullo, convertitosi anch'egli al cristianesimo e consacrato nel 259.
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