giovedì 13 ottobre 2011

lettera di Nina

Carissimi,
direi una bugia se vi dicessi che sono “guarita”. Il caso è aperto: l’aritmia, i tremori e tutto il resto – non passano. Ancora non esiste una motivazione oggettiva che porti a comprendere la causa di quello scompenso al cuore... Forse sto recuperando il motto “Non mollo!”; riesco a stare di più al pc e lavorare e tenere i contatti. Ci siete voi, mio grande supporto... Non avete un’idea di cos’ha rappresentato per me il vostro affetto, le vostre attenzioni, la vicinanza: forza, energia, amicizia, sodalizio. Sto meglio psicologicamente.
Mi è sempre successo il contrario.
La mia salute è cagionevole sin da quando ero bambina. Ho vissuto periodi in cui l’indifferenza di pseudo amici si faceva sentire.
Diciamola tutta: il sano tende, per timore o per atto involontario, ad allontanare il malato. Parlare di malattie fa paura, diventa una quasi “colpa” sociale, induce persino alla discriminazione. Da anni studio questo fenomeno, in ascesa tra l’altro.
L’ospedale diventa luogo metainfernale. Se va meglio – purgatoriale... Molta gente vive una solitudine che consuma, e spesso stille lacrimose le intercetti nei pazienti isolati, negli stanziali delle corsie ospedaliere, persino nei ragazzi... Esiste la malattia, è vero, ma in questi luoghi si vive, contemporaneamente, una condizione aberrante: il proprio lutto. La propria morte – da vivo. Ed è uno stato psicologico grave, orribile, da non sottovalutare affatto.

Vi racconto una cosa, poi chiudiamo l’argomento: accanto al mio lettino, c’era una persona (neanche tanto anziana) che borbottava in continuazione, e lo faceva con tono piuttosto alto. Doveva stare fermo, essendo monitorato, invece si staccava tutto – persino l’ago cannula per le flebo. S’alzava privo d’equilibrio, andava avanti e indietro a zig-zag... C’era la scusa del bagno; poi rivendicava la necessità di un ansiolitico per dormire. E quando l’infermiera glielo portava, rifiutava l’assunzione perché non avrebbe dormito ugualmente. Un incubo, insomma.
Furono in due, alla fine, ad urlare: lui e l’infermiera. Ok...
Mi avevano sedato con una massiccia dose di bromuro e non riuscivo a dormire. Cioè, dormivo a corrente alternata. Ero anch’io monitorata, e più volte hanno dovuto ricorrere all’ossigeno. Stavo da schifo... E il tipo accanto fuori di sé, perché reclamava il MIO ansiolitico, il MIO ossigeno e un’attenzione altrettanto privilegiata. Avevo capito tutto e non capivo nulla, ma ho avuto la forza di chiamare l’infermiera e chiederle di eliminare il telone verde che ci divideva.
Impossibile, sembrava. Sia per le mie condizioni, che per le sue eventuali stranezze reattive... Ho fatto chiamare la capo-infermeria, a stento le ho chiesto la stessa cosa. La capo-infermiera ha svalvolato con me, ricordandomi che non era uno scherzo quello che avevo avuto...
Non capivano! Queste due non capivano che togliendo quel telone facevano cosa sacrosanta! Lui non sopportava quel divisorio, voleva annullare le distanze – perché, nella sua testa, dall’altra parte del telone c’era qualcuno che veniva trattato meglio di lui...

Giorgio, questo il suo nome, cominciò ad ascoltare una voce flebile – la mia: “Giorgio, puoi chiudere un po’ il telone?”.
Non aspettava altro.
Gli chiesi se mi raccontava qualcosa, anche una favola. E lo fece, iniziando a narrare la sua storia partendo dagli avi!
Ora si comportava in modo “paterno” e “affettuoso”, non voleva più disturbare, si scusò se l’aveva fatto e del resto aveva una grande agitazione e in fondo lui non aveva bisogno dell’ossigeno perché respirava bene... Voleva un trattamento paritario: pensava fossi ricca, quando lui era povero. Pensava che il giorno dopo lo avrebbero buttato fuori dall’ospedale, perché senza soldi e con un brutto carattere... Francamente non ricordo se ebbi la forza di dirgli qualcosa per rassicurarlo, i battiti del cuore stavano diminuendo sempre più, non respiravo neanche con la maschera, pensavo che stessi morendo... Giorgio aveva intuito che stavo male, si ritolse l’ago cannula, buttò all’aria l’armamentario di fili, si staccò dalle macchine ed ebbe la forza di andare dalla capo-infermiera dicendo che stavo morendo... (questo me lo hanno raccontato il giorno dopo).
Lascio a voi le conclusioni.

Nina Maraccolo

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